Arte egizia


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L'arte egizia è un fenomeno molto singolare. Si parla di immutabilità dell'arte egizia, perchè per oltre 3.000 anni ha mantenuto caratteri propri, autonomi e ben riconoscibili, rimanendo sostanzialmente indifferente agli influssi esterni.

Questo non significa che le prime opere d'arte egiziana sono uguali alle ultime, ma che mantiene un carattere unitario e una straordinaria continuità, con rispetto delle tradizioni, ripetizione di schemi e forme già collaudati, riproposizione di temi già noti e comprensibili.
Tale continuità è dovuta:

- all'isolamento culturale dell'Egitto rispetto agli altri popoli
- a una situazione statica politicamente (potere assoluto concentrato in un re o faraone)
- allo stretto legame tra arte e religione.

La religione nell'antico Egitto è fondamentale. Condiziona ogni attività quotidiana e anche il potere dei faraoni è sottoposto al prevalere di una o dell'altra divinità.
L'arte egizia è essenzialmente religiosa: nella pittura, nell'architettura, nella scultura e nelle arti minori.
Esiste un rigido controllo sull'arte da parte del potere politico e religioso, che mantiene un'arte fedele alla tradizione e al culto degli dei, del re (a cui si attribuiva carattere divino) e dei defunti (culto del Ka, l'anima in passaggio nell'al di là). Infatti proprio le tombe egizie nelle forme monumentali delle mastabe, delle piramidi e degli immensi complessi funerari ci offrono le più preziose testimonianze della vita, dei costumi e dell'arte di questa civiltà.

A. Cocchi

 

Bibliografia

 

AA.VV. La Storia dell'Arte. Le prime civiltà. Electa editore. Milano, 2006
AA.VV. Egitto. Archeologia e storia. Vol. I Folio editrice 
G. Cricco, F.P. Di Teodoro Itinerari nell'arte. Vol. I. Zanichelli editore, Bologna 2003
E. Bernini, R. Rota Eikon. Guida alla storia dell'arte. Vol.I. Editori Laterza, Bari, 2005
M. D. Appia Egitto. L'avventura dei Faraoni fra storia e archeologia. Fabbri Editori, I fasc.
F. Negri Arnoldi Storia dell'arte vol I. Gruppo editoriale Fabbri, Milano 1985
P. Adorno, A. Mastrangelo Arte. Correnti e artisti. Vol. I. Casa editrice G. D'Anna, Firenze 1994
N. Frapiccini, N. Giustozzi. La geografia dell'arte. Vol.1 Hoepli editore, Milano 2004
S. Pernigotti Gli artisti nell'antico Egitto Dossier in Archeo. Attualità del passato. anno XVII n.1 (191) gennaio 2001

 

 

 

I colori nella pittura egizia

 

 


Scena di caccia. XVIII dinastia. Affresco staccato dalla Tomba di Nebamon.
Londra, British Museum

 

La trasformazione delle materie prime per ottenere i pigmenti per la pittura era una tecnica molto complessa che richiedeva una specifia conoscenza e una abilità pratica raffinatissima. L'importanza sociale che era attribuita all'arte nella società egizia spiega l'esistenza di una vera attività industriale per la produzione di pigmenti di alta qualità che venivano utilizzati dagli artisti.

Diversi documenti rinvenuti dagli archeologi hanno permesso di ricavare interessanti e dettagliate informazioni sulle tecniche di produzione dei pigmenti da parte degli antichi Egizi. I più precisi sono il Papiro X dell'Università di Leida e il Papiro dell'Accademia Svedese dell'Antichità di Stoccolma. Entrambi i testi sono attribuiti ad uno stesso autore egizio del III secolo dopo Cristo, che raccolse conoscenze e ricette per fabbricare i colori tramandate da tempi più antichi. Secondo gli esperti i due papiri facevano parte di un manuale per un laboratorio artigiano e rivelano una impressionante ricchezza di conoscenze chimiche.

 


Nefertari. XIX dinastia. Affresco.
Tomba di Nefertari. Valle delle Regine, Luxor

 



Nella pittura egiziana venivano usati sia colori naturali, cioè pigmenti derivati direttamente dai minerali presenti in Egitto, sia colori sintetici, ottenuti mediante particolari procedimenti chimici.
Venivano ricavati direttamente dai minerali il rosso, il bianco e il nero. Al gruppo dei colori sintetici appartengono il blu e il verde. Il pigmento giallo poteva essere prodotto in due modi: sia tratto ad minerali sia creato sinteticamente.
Alla produzione dei colori si legano anche le applicazioni in diversi campi oltre a quello pittorico, ad esempio la manifattura del vetro, la tintura dei tessuti e l'impiego nella ceramica, ma anche la formazione di gemme artificiali e un particolare tipo di smalti, la cui conoscenza deriva dai popoli della Mesopotamia. I processi di creazione dei colori rappresentano quindi solo un settore di un'industria chimica molto articolata e fiorente operante nella trasformazione delle materie prime per ottenere sostanze utili per la vita di tutti i giorni.
Gli Egizi usavano questi sei colori e ad essi attribuivano particolari valori e significati sacri che venivano regolarmente rispettati nelle rappresentazioni pittoriche.

 

Bianco

 


Huntite allo stato naturale.

 

L'Alto Egitto era indicato dal bianco, colore associato all'argento e indice di gioia e trionfo

Le vesti degli dei erano spesso dipinte dipinte di bianco come pure le vesti  dei faraoni e delle regine rappresentate nel loro cammino verso l'aldilà. Dello stesso colore erano i i lenzuoli funerari, i pregiati tessuti di lino e i capi di abbigliamento più raffinati della popolazione.

 


Osiri che presiede all'Occidente. Affresco. XIX dinastia.
Tomba di Nefertari, Valle delle Regine. Luxor.
Fonte: C. Le Blanc, A. Siliotti e prefazione di M. I. Bakr.
Nefertari e la Valle delle Regine. Giunti, Firenze, 2002


Nella XIX dinastia il pigmento bianco si otteneva macinando la calcite del gesso (carbonato di calcio) e l'anidrite [solfato di calcio, formula chimica: CaSO₄ ], che è la stessa forma del gesso priva di acqua.
In seguito, tra la XIX e la XX dinastia, viene invece ottenuto un bianco più puro e intenso dal più raro minerale dell'huntite [formula chimica: Mg₃Ca(CO₃)₄ ] un carbonato di magnesio.

  

Blu

 


Cuprorivaite come si presenta in natura

 

Il blu egiziano era il colore simbolo del cielo e delle divinità celesti. Ad esempio a volte veniva colorato di blu il volto di Amon. L'azzurro o le varianti di blu chiaro sono invece utilizzate per rappresentare l'acqua.

Il pigmento blu veniva ottenuto dalla cuprorivaite [formula chimica: CaCuSi₄O₁₀ ] un minerale a base di rame a cui spesso si uniscono altri minerali, come la wallostonite di rame [formula chimica: (Cacu)SiO₃ ], che è il quarzo contenuto nella sabbia del deserto, e la calcite [formula chimica:CaCO₃ ].

 


Ushabti. Ceramica blu. Epoca tarda, 712-332 a. C. Parigi, Museo del Louvre

 

La sintesi chimica per ottenere il blu  egiziano era un procedimento conosciuto almeno fin dalla V dinastia, poichè i più antichi manufatti finora scoperti risalgono al 2500 avanti Cristo, dutante l'Antico Regno. L'ottenimento del pigmento azzurro da parte della civiltà egiziana non è stato un fatto accidentale, ma è il risultato di un lavoro intenzionale, ponendo una miscela composta da una parte di calce (ossido di calcio), una parte di ossido di rame e quattro parti di quarzo (la silice ricavata dalla sabbia del deserto) in condizioni chimiche riduttive, cioè senza apporto di ossigeno.
I minerali venivano cotti in una fornace con temperature comprese tra gli 800 e i 900 gradi centigradi. Poichè le condizioni di temperatura sono fondamentali in questo processo, gli Egiziani sapevano controllarle con molta precisione.
Il prodotto di fusione era un composto fragile, di colore blu opaco che veniva frantumato e macinato fino a ridurlo in polvere, ottenendo il pigmento blu, il più antico colore sintetico finora conosciuto.
Poichè il procedimento si à via via perfezionato nel tempo, dall'analisi di un frammento colorato si può risalire ad una datazione approssimativa.
L'uso del pigmento blu era anche molto diffuso nella lavorazione dei vetri e delle ceramiche egizie.

 

Giallo

 


Orpimento giallo allo stato minerale

 

Anche per gli antichi Egizi come in diverse civiltà, il giallo è un colore indice di preziosità e associato al divino. Rappresentava l'oro e la carne degli dei. Solitamente venivano dipinte in giallo le divinità femminili.
La preziosità del giallo dipendeva anche da motivazioni economiche, perchè uno dei componenti che ne costituivano il pigmento, l'orpimento, era un minerale molto raro, importato in Egitto dai paesi asiatici. 
Il pigmento veniva ottenuto mescolando le ocre gialle derivate dagli idrossidi di ferro con il trisolfuro di arsenico [formula chimica: As₂S₃ ] o orpimento.

 


Attività agricole dell'aldilà, presiedute dal dio Anubi. 1500-1050 a. C.
Affresco. Tomba di Sennedjem, Deir-el-Medina, Luxor


Il giallo era molto utilizzato come fondo nelle pitture murali tebane della XIX dinastia.  
Durante il regno di Tutmosi III, nelle tombe reali venne utilizzato una qualità di giallo molto intenso, ricavato dall'orpimento puro.

Ma nella civiltà egizia il giallo poteva essere anche ottenuto per sintesi chimica. L'antimoniato di piombo giallo, chiamato anche "fritta egizia", si otteneva dalla trasformazione dei carbonati come il gesso o la malachite in ossidi. I minerali, con un procedimento simile a quello per l'ottenimento del blu e del verde, venivano portati ad alte temperature per liberare biossidi di carbonio (sotto forma di anidride carbonica), e ottenere il pigmento giallo sintetico

 

 Nero

 


Carbone

 

Il significato simbolico del nero presso gli antichi Egiziani aveva diverse valenze. Era riferito al Regno dei Morti, governato dal dio Anubi, si ricollegava al bitume usato nel rito dell'imbalsamazione e all'idea dell'Aldilà e della vita eterna.

 


Anubi. XIII sec. a. C.Affresco. Tomba di Sennedjem, Deir-el-Medina, Luxor


Un altro importante valore a cui veniva ricondotto il colore nero era invece quello del kheper, lo scarabeo sacro simbolo di Ra, il dio sole, nel suo primo apparire all'alba.
Il nero si otteneva dal carbone di legna che veniva macinato fino a ridurlo in polvere molto fine e mescolato a grasso.

 

 Rosso

 


Realgar allo stato naturale.

 

Il colore del Basso Egitto era il rosso, simbolo del fuoco e del sangue. Veniva associato al disco solare e le figure degli uomini nella pittura venivano dipinte in rosso.

 


Stele di Tanetperet (da Tebe)XXII dinastia. Parigi Museo del Louvre


Il pigmento rosso poteva essere prodotto sia dalla macinazione delle ocre rosse, [ossido di ferro anidro formula chimica: Fe₂O₃ ], sia dal realgar [formula chimica: AsS], un minerale composto da solfuro di arsenico.

 

Verde

 


Crisocolla allo stato naturale.

 

Colore della vegetazione e soprattutto del papiro, il verde nella civiltà egiziana era simbolo di rigenerazione, spesso associato al dio Ptah, il Grande Creatore, colui che aveva portato l'ordine nel caos primordiale di un mondo acquatico. 

 


Ramesse III presenta il figlio al dio Ptah. XX dinastia. Affresco.
Tomba di Amon-er-khephesef. Valle delle Regne. Luxor.
Fonte: C. Le Blanc, A. Siliotti e prefazione di M. I. Bakr.
Nefertari e la Valle delle Regine. Giunti, Firenze, 2002

 


L'altra divinità a cui veniva riferito il verde era Osiri, il dio che rinasce dopo la morte.
Il verde veniva ottenuto con due diversi procedimenti: per sintesi o derivato direttamente dai minerali contenenti rame, quali la malachite del Sinai [formula chimica: Cu₂CO₃(OH)₂ ] o la crisocolla [formula chimica: CuSiO₃•ⁿH₂O  ] da cui si otteneva un colore verde-azzurro. Nel procedimento per derivazione diretta i minerali venivano finemente macinati fino ad essere ridotti in polvere.
Il procedimento di sintesi invece è simile a quello usato per il blu, ma cambia il composto iniziale, che per il verde consisteva in sali di rame e silicati.

 

A. Cocchi

 


 

Bibliografia.

P. Ball. Colore. Una biografia. Tra arte storie e chimica, la bellezza e i misteri del mondo del colore. Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 2004
C. Le Blanc, A. Siliotti e prefazione di M. I. Bakr. Nefertari e la Valle delle Regine. Giunti, Firenze, 2002
A. Gabucci (a cura di), A. Fassone, E. Ferraris. Storia dell'architettura. Egitto.  Gruppo Editoriale l'Espresso. Bergamo, 2009
AA.VV. La Storia dell'Arte. Le prime civiltà. Electa editore. Milano, 2006
AA.VV. Egitto. Archeologia e storia. Vol. I Folio editrice 
G. Cricco, F.P. Di Teodoro Itinerari nell'arte. Vol. I. Zanichelli editore, Bologna 2003
E. Bernini, R. Rota Eikon. Guida alla storia dell'arte. Vol.I. Editori Laterza, Bari, 2005
M. D. Appia Egitto. L'avventura dei Faraoni fra storia e archeologia. Fabbri Editori, I fasc.
F. Negri Arnoldi Storia dell'arte vol I. Gruppo editoriale Fabbri, Milano 1985
P. Adorno, A. Mastrangelo Arte. Correnti e artisti. Vol. I. Casa editrice G. D'Anna, Firenze 1994
N. Frapiccini, N. Giustozzi. La geografia dell'arte. Vol.1 Hoepli editore, Milano 2004
S. Pernigotti Gli artisti nell'antico Egitto Dossier in Archeo. Attualità del passato. anno XVII n.1 (191) gennaio 2001

 

 I geroglifici

 


Esempio di geroglifici egiziani

 

Le scritture dell'antico Egitto

In Egitto furono adottate come scrittura, verso il 3.500 a.C., una serie di figure o geroglifici le quali furono impiegate sia come ideogrammi, sia come fonogrammi.

segni di questa scrittura possono suddividersi in:

ideogrammi puri; 
fonogrammi, usati anche come ideogrammi
- fonogrammi indicanti più consonanti
fonogrammi indicanti una sola consonante
determinativi, ossia ideogrammi che, accostati a parole omofone, ne specificano il significato; 
complementi fonetici: ossia fonogrammi monoconsonantici che ripetono alcune o tutte le consonanti di un policonsonantico, oppure che esprimono il valore fonetico di un ideogramma. 

La scrittura egiziana successivamente si sviluppò in tre tipigeroglifica, ieratica, demotica

geroglifica: scrittura originaria scolpita su pietra, in seguito usata anche su papiro per testi religiosi. I geroglifici sono disegnati molto chiaramente e sono disposti in colonna dall'alto in basso o in linee. Sia le colonne che le linee corrono da destra verso sinistra o vicerversa; essi guardano, ossia sono aperti verso l'inizio della linea, contrariamente a quanto succede nella nostra scrittura; 

ieratica: è la forma corsiva della scrittura geroglifica, usata contemporaneamente ad essa, ma esclusivamente sul papiro. Fino al Nuovo Regno, i segni particolari sono disposti in colonna e dall'alto in basso; più tardi vennero disposti in linee. Sia le colonne che le linee, vanno da destra verso sinistra; 

demotica: è un particolare corsivo che venne usato nella Bassa Epoca, senza soppiantare del tutto la scrittura ieratica. I segni sono disposti in linee da destra verso sinistra. 
Dalla scrittura egizia solo la scrittura meroitica ne è derivata.

caratteri dei geroglifici rappresentano oggetti riconoscibili. Il termine geroglifico viene avvicinato al sistema di scrittura dell’antica lingua egizia, ma non solo, perché tale parola fu usata, in seguito, per descrivere anche i sistemi di scrittura pittorica elaborata dagli Ittiti, dalla civiltà minoica e dai Maya.
Le iscrizioni egizie sono composte da due tipi fondamentali di segniideogrammi fonogrammi. Il primo indica l’oggetto rappresentato o qualcosa di direttamente associabile; il secondo rappresenta i suoni, e sono usati per il lavoro fonetico.
La maggior parte delle parole era scritta con una combinazione di segni fonetici e ideografici; ad esempio, la rappresentazione della pianta di una casa significava "casa", ma lo stesso segno seguito da un complemento fonetico e dalla raffigurazione di un paio di gambe nell’atto di camminare era usato indicare il verbo omofono che significava "uscire".
Di solito le iscrizioni geroglifiche possono avere andamento sia orizzontale sia verticale e si leggono da destra a sinistra. Nelle frasi sono stati trovati nomi, verbi, preposizioni e altre parti del discorso disposte secondo rigide regole di ordine delle parole. Il sistema geroglifico si sviluppò all’incirca nel 3000 a.C. e si usò presso gli Egizi fino all’epoca romana; la forma e il numero di segni rimasero invariati fino al periodo greco-romano.

 


Tavoletta d'argilla con scrittura ieratica. Royal Ontario Museum, Toronto. 


Nei testi religiosi si usava la scrittura ieratica, scrittura corsiva, stendendo l’inchiostro con pennelli sul papiro.
Nell’uso quotidiano si adoperava la scrittura demotica, la cui stesura richiedeva accuratezza, impegnando il doppio del tempo; era usata per le iscrizioni incise sui monumenti.

Questi sono i ventisei segni uniletteri che gli Egiziani utilizzavano con maggior frequenza per trascrivere i suoni della loro lingua. 
Sotto ogni segno si trova il nome convenzionale dell'immagine e, in rosso, la sua pronuncia, sebbene questa non corrisponda esattamente a quella italiana. 
Per esempio, la W del pulcino va letta "all'inglese" come una U. 
La di avambraccio è un suono a metà fra la H aspirata e la A. 
La di cortile va pronunciata aspirata. 
La H di filo ritorto è una H faringale. 
La della cesta assomiglia al tedesco "ich". 
La di chiavistello è dolce come in "isotopo". 
La S di stoffa è aspra come il "sole". 
La S di lago si pronuncia come la Sc di "sci". 
La di colle è una C dura, come in "carne". 
La K di cesta è una C aspirata "alla toscana". 
La T di pastoie si pronuncia con un suono a metà fra la T e la C. 
La di cobra sta fra la D e la G "gente".

 

 


Statua di scriba rinvenuta a Sakkara - 2.400 a.C.

 

La scrittura ieratica è la forma di scrittura dell'Antico Egitto correntemente utilizzata dagli scribi.

Sviluppatasi insieme o in seguito alla forma detta geroglifica (spesso per semplificazione), era maggiormente adatta ad essere tracciata con un pennello sul papiro ed anche su ostraka (pietra).
Ogni glifo della scrittura monumentale (geroglifica) corrisponde ad un segno ieratico al punto che nella moderna prassi dell'egittologia i testi in ieratico vengono spesso resi in geroglifico.
Il nome, che significa scrittura sacra, è di origine greca ed ha trasmesso la non corretta concezione che si trattasse di una forma utilizzata solamente dai sacerdoti.
Dallo ieratico fu poi derivato il demotico, una forma semplificata della scrittura che entrò in uso solo nel I millennio a.C.


ETIMOLOGIA

_Ιερογλυφικα     γραμματαĭ_
Ιερος   -  γλύφω  -  γραμμα
Sacro  -  incidere  -  lettera  
_Lettere sacre incise_
Ιερογλυφικός     (=ciascuno dei segni della scrittura pittografica)
Nieroglyĭphcus  (latino tardo)
Geroglifico           (italiano antico)

PITTOGRAFIA

È una forma di scrittura in cui ogni pittogramma rappresentava in modo semplificato  un oggetto o un elemento (papiro,piramide ecc…).
Poteva anche corrispondere a un suono quando bisognava scrivere per esempio il nome di un faraone o una città. Quindi ogni pittogramma aveva funzione sia ideografica sia fonetica usata per decorare i templi. 

SCRITTURA  IERATICA

Lo  ieratico è lo sviluppo corsivo della  scrittura geroglifica.   Veniva usata specialmente per la velocità di scrittura per documenti riguardanti la vita pubblica e religiosa: quindi testi, romanzi, spartiti musicali, prescrizioni mediche, lettere private, rapporti diplomatici, ecc…
Appare durante la III dinastia e viene usato regolarmente fino alla fine del Nuovo Regno. In epoca tarda, lo ieratico fu usato molto in campo religioso e venne quindi chiamato “ ieratikos” , cioè lingua sacerdotale. 

SCRUTTURA  DEMOTICA

Il  demotico ebbe origine intorno alla XVI dinastia  ed è una semplificazione dello ieratico, in questo caso vengono abbreviati gruppi interi di parole che  appaiono con un unico segno. Questa scrittura venne ampiamente usata per i successivi mille anni. 
Il termine demotico è riferito alla lingua scritta che traduceva il parlato in uso dalla XV dinastia. E’ considerato  la lingua popolare ed era la scrittura favorita dagli scribi legali. E’ molto più difficile da leggere rispetto al geroglifico e allo ieratico.

SCRITTURA   COPTA

Questa scrittura è la trascrizione dell’egiziano in greco elaborata dai cristiani egiziani.  Venne adottato per rimpiazzare la mancanza di vocali nell’alfabeto egizio.
Fu utilizzato per scrivere documenti che ci hanno permesso  di ricostruire un quadro dell’ Egitto post-faraonico.

 

C. Tarroni, F. Ramilli, D. Bosi, E. Evangelisti 



Bibliografia e sitografia: 

 

Giorgio Cricco, Francesco Paolo di Teodoro. Iitinerari nell'arte, dalla preistoria all'arte romana, ed. Zanichelli
www.Wikipedia.it 

 

 

Champollion e la Stele di Rosetta

 


Leon Cogniet. Ritratto di Jean Francois Champollion. 1790-1832 Parigi, Louvre

 

Jean François Champollion

Jean François Champollion detto Champollion il Giovane (Figeac, 23 dicembre 1790 –Parigi, 4 marzo 1832) è stato un archeologo ed egittologo francese. Decifratore dei geroglifici con la traduzione della stele di Rosetta, è considerato il padre dell'Egittologia
Diceva di sé stesso: "Sono tutto dell'Egitto e l'Egitto è tutto per me". Divenne famoso per aver decifrato la Stele di Rosetta.

 

Stele di Rosetta - 27 marzo 196 a.C. Londra, British Museum



La Stele di Rosetta è una lastra in granito scuro (spesso identificato come basalto) di 114 x 72 cm, che pesa circa 760 kg e riporta un'iscrizione con tre differenti grafie: geroglifico, demotico e greco(dall'alto in basso). Champollion conosceva alla perfezione nove lingue antiche (latino, greco, ebraico, arabo, siriaco, caldeo, copto, persiano e sanscrito) e, mediante accurati confronti con altri testi, fu in grado di decifrare i geroglifici nel 1822. 
La storia della stele è legata a Napoleone Bonaparte e alla spedizione in Egitto progettata per colpire il predominio britannico nel Mar Mediterraneo e aprirsi la strada verso le Indie. La spedizione partì da Tolone il 17 maggio del 1798. Il ritrovamento della stele è attribuito al capitano francese Pierre-François Bouchard che la trovò nella città portuale di Rosetta (l'odierna Rashid) nel delta del Nilo il 15 luglio del 1799.                        
In realtà, fu un soldato, di cui non conosciamo l’identità, a ritrovarla durante i lavori. Bouchard capì l’importanza della stele e così la mostrò al generale De Menou, il quale decise di portarla ad Alessandria nell’agosto dello stesso anno. 
La stele, sin dal 1802, a causa di una guerra tra francesi ed inglesi, è esposta al British Museum. Nel 1988 è stata sottoposta ad operazioni di pulitura e nel luglio 2003 gli egiziani hanno richiesto la restituzione dell’opera, ma attualmente al Cairo è presente una copia.

                                                                                       
CURIOSITA’


Attualmente il termine “stele di Rosetta” può avere un senso figurato ed essere utilizzato per indicarela chiave, il mezzo per un processo di decriptazione, traduzione o per la soluzione di un problema particolarmente difficile.

G. Bisacchi, F. Ramilli, C. A. Schlatter (alunni del Liceo Classico Monti, Cesena)


 

Bibliografia e sitografia:

Enciclopedia Treccani
Giorgio Cricco, Francesco Paolo di Teodoro. Iitinerari nell'arte, dalla preistoria all'arte romana, ed. Zanichelli
www. wikipedia.it

 

 Le divinità dell'antico Egitto

 


Rappresentazione di Thot con la testa di Ibis.

 

La religione dell'antico Egitto, così come appare dai numerosi e ricchissimi monumenti lasciati da questa straordinaria civiltà comprende continaia di divinità che fanno parte di un complesso sistema teologico frutto di una plurisecolare trasformazione.
Le origini delle diverse dottrine vanno ricondotte a tre maggiori centri religiosi dell'Antico Egitto: Eliopoli, situata nel Basso Egitto, ora corrispondente alla periferia nord del Cairo, Ermopoli, nel Medio Egitto, che oggi corrisponde a el-Ashmunein e Abido, nell'Alto Egitto, non lontata dall'antica Tebe, oggi Luxor.

 Eliopoli (dal nome greco che significa: "città del sole") che corrisponde al toponimo egiziano Innu eindicato nei libri della Bibbia con l'ebraico On è il centro in cui tra il Neolitico e l'età del Bronzo ha iniziato a formarsi una religione basata sul culto del dio Sole. Questa divinità essenziale per tutta la civiltà egizia è stata rappresentata con diverse forme, tutte riferite al tema del ciclo solare. L'antica religione ricorreva all'immagine del viaggio compiuto dal dio-sole attraverso il giorno, sulla sua barca sacra, per combattere le divinità infernali durante la notte. Dopo il combattimento contro i demoni nel mondo delle tenebre, il sole vittorioso poteva risorgere. Le forze negative e i pericoli notturni sono spesso rappresentati da Apopi, il serpente che rappresenta il disordine cosmico.

Il sorgere del sole assumeva le sembianze di Khepri, con la testa di scarabeo nero. Il sole a mezzogiorno era visto nella fase del suo massimo splendore e identificato nella potentissima figura del dio Ra, con la testa di falco.  Il tramonto si manifestava con il dio Atum, il "Creatore" da cui aveva origine l'universo, capo di tutte le divinità. Da Atum discendono tutti gli altri dei. Dal figlio di Atum Shu, dio dell'aria e dalla dea Tefnut, l'umidità, si generano la dea del cielo Nut, spesso rappresentata alata, e il dio della terra Geb. Secondo la cosmogonia eliopolitana, Shu separa la terra da cielo. Dall'unione di Nut e Ged si originano due coppie, che secondo un antico mito egizio sono contrapposte. Si tratta degli dei Isi Osiri e della coppia Seth Nefti. Secondo il mito, Osiri, ucciso dal fratello Seth, viene fatto risorgere dalla sposa Isi.

Altre divinità della teologia cosmologica elaborata a Eliopoli sono create dalla fusione o assimilazione tra diversi dei o sono riferiti a particolari caratteristiche. Ad esempio la dea Hathor,  rappresentata sia nelle sembianze di una donna, sia in quelle di vacca sacra, è una delle forme di Nut e di Isi, ma è anche assimilata all'occhio di Ra, per il suo ruolo di divinità protettrice.
La religione eliopolitana si è sviluppata in tutto l'Egitto eed ha influenzato anche altre civiltà. Ad esempio il mito della fenice, elaborato da Erodoto è derivato dall'immaggine dell'uccello-benu, l'anima che rinasce dopo la morte per assimilarsi a Ra.

 

Nel centro religioso di Ermopoli, chiamata Khemenu dagli Egizi, viene elaborato il culto di Thot, dio lunare, protettore della scienza e della magia, messaggero degli dei e inventore della scrittura. Spesso rappresentato come uno scriba e con la testa di ibis. Anche in questo caso si tratta di un culto che avuto larga diffusione anche oltre i confini dell'Egitto, da Thot deriva la divinità greca di Hermes.
Thot è lo sposo di Maat, figlia di Ra, dea dell'ordine universale, spesso rappresentata insieme a lui. Secondo la dottrina Ermopolitana la creazione del mondo è dovuta a quattro coppie di divinità, riferite a quattro concetti principali. L'acqua primordiale era impersonata da Nun e Nunet. La coppia Heh ed Hehet rappresentavano l'infinito. Amon e Amonet erano i misteriosi dei dell'inconoscibile. Kek e Keket erano le divinità delle tenebre. In questa religione era data anche una particolare importanza ai numeri, considerati sacri. Il quattro, ad esempio era simbolo della totalità.

Dai ritrovamenti e dagli studi archeologici, Abido risulta essere già un centro abitato in età predinastica e assume maggiore importanza nel periodo protodinastico, poichè viene scelto per le sepolture dei faraoni delle prime due dinastie. Forse per derivazione della divinità locale protettrice delle necropoli diventò il centro religioso in cui venne elaborato il culto di Osiri, dio dell'aldilà.
La figura di Osiri conmincia a definirsi intorno alla V dinastia. Dapprima identificato con la divinità del delta del Nilo, in seguito tende ad assimilarsi a Ra, fini a rappresentare la divinità solare nel momento del suo passaggio nel mondo delle tenebre.


A. Cocchi

 


Bibliografia e sitografia

C. Le Blanc, A. Siliotti e prefazione di M. I. Bakr. Nefertari e la Valle delle Regine. Giunti, Firenze, 2002
A. Gabucci (a cura di), A. Fassone, E. Ferraris. Storia dell'architettura. Egitto.  Gruppo Editoriale l'Espresso. Bergamo, 2009
AA.VV. La Storia dell'Arte. Le prime civiltà. Electa editore. Milano, 2006
AA.VV. Egitto. Archeologia e storia. Vol. I Folio editrice 
G. Cricco, F.P. Di Teodoro Itinerari nell'arte. Vol. I. Zanichelli editore, Bologna 2003
E. Bernini, R. Rota Eikon. Guida alla storia dell'arte. Vol.I. Editori Laterza, Bari, 2005
M. D. Appia Egitto. L'avventura dei Faraoni fra storia e archeologia. Fabbri Editori, I fasc.
F. Negri Arnoldi Storia dell'arte vol I. Gruppo editoriale Fabbri, Milano 1985
P. Adorno, A. Mastrangelo Arte. Correnti e artisti. Vol. I. Casa editrice G. D'Anna, Firenze 1994
N. Frapiccini, N. Giustozzi. La geografia dell'arte. Vol.1 Hoepli editore, Milano 2004
S. Pernigotti Gli artisti nell'antico Egitto Dossier in Archeo. Attualità del passato. anno XVII n.1 (191) gennaio 2001

 

 

Anubi

 


Anubi. Scultura dipinta. Primo periodo intermedio. Museo del Cairo.
Anubi è rappresentato nella tipica posa che precede il rito di imbalsamazione.

 

Anubi, veniva definito quarto figlio di Ra generato con la dea Hesat, dalla testa di vacca.
Indicato negli antichi geroglifici, come "Giovane cane", viene chiamato anche Imy-ut: l'Imbalsamatore
Per la civiltà egiziana è stata la prima divinità dell'Oltretomba, alla quale si aggiunse Osiri.

Protettore delle necropoli,aveva il compito di accompagnare il Ba (anima del morto) oltre le porte della Duat, nel mondo dell'aldilà. Illuminando il cammino con la Luna che teneva nel suo palmo, conduceva l'anima del defunto nella Sala delle due Verità, davanti al tribunale degli dei. Qui, insieme allo scriba Thot ne pesava il cuore.

La più frequente rappresentazione di Anubi è nella forma di un cane o uno sciacallo nero con una lunga coda e grandi orecchie ritte, in segno di attenta vigilanza, accovacciato su una tomba che ricorda una mastaba, o su un naos.  Porta una fascia rossa al collo e un flagello nekhakha tra una delle zampe posteriori. 

 


Anubi come dio dell'Oltretomba. Bassorilievo dipinto. Medio Regno.
Anubi ha in mano lo scettro del potere con il quale difendeva le anime dei morti.


A volte sostiene lo scettro-sekhem tra le zampe anteriori, oppure può trovarsi insieme a un leone.
Un'altra delle più frequenti rappresentazioni di Anubi  è in forma umana, con la testa di cane, mentre sostiene la croce-ankh, simbolo di immortalità, in una mano e lo scettro-uas, per far rinascere la vita, nell'altra.

La più antica rappresentazione di Anubi è in una tavola risalente al sovrano Aha della I dinastia nella quale veniva anche citata la festività collegata al dio che veniva inizialmente rappresentato solo come canide dalla lunga coda e con uno scettro-sekhem accovacciato sopra una mastaba.
Successivamente era spesso raffigurato nelle pitture parietali degli ipogei unitamente al sovrano defunto e sovente con un'altra divinità dal corpo di uomo e testa di falco con doppia corona: il dio protettore dei defunti Harsiesis.
Nella Tomba di Nakhtamon a Deir el-Medina ed in altre tombe è raffigurato con testa d'ariete ed un serpente sulle corna con il significato di personificazione, o sincretismo, in Ra come sole della notte e signore dell'Oltretomba.
Durante il Nuovo Regno veniva rappresentato anche nei sarcofagi. Resta notevole testimonianza il reperto del Tesoro di Tutankhamon ove il dio doveva assolvere il compito di protettore degli arredi funerari e sempre con scopi apotropaici la sua effige compariva nei sigilli delle tombe reali e nobiliari.
In alcune tombe viene rappresentato nel suo ruolo di Imbalsamatore, chinato sul defunto con in mano lo scettro, nell'azione di far rinascere l'anima del defunto.
Nell'Antico Egitto i sacerdoti erano anche imbalsamatori, ed il gran sacerdote presiedeva l'operazione indossando la maschera del dio.

Il mito di Anubi

Anubi veniva definito nei "Testi delle piramidi" come quarto figlio di Ra generato con la dea Hesat, dalla testa di vacca.
Le varie teologie, in realtà molto confuse, lo indicavano anche come figlio, frutto di un rapporto tra Osiride e Nefti oppure della coppia Nefti-Seth ed era anche indicato come fratello di Osiride mentre, inizialmente, negli antichi testi non venivano citati né genitori né coniuge.
La dea Qeb-hwt, anche conosciuta come Kebechet ossia "Colei che versa l'acqua fresca" che ristorava i defunti era considerata la figlia di Anubi e qualche volta la sorella.
La sua paredra era la dea Inpwt avente anche lei per simbolo il canide ed un centro di culto sempre nel XVII distretto dell'Alto Egitto.

Protettore della sacra terra della necropoli, aveva il compito di accompagnare il Ba del defunto davanti al tribunale supremo degli dei, così come narrato nel "Libro dei morti", illuminando il cammino con la Luna tenuta nel palmo della mano. In questo caso diveniva la forma sincretica del dio Upuat che significa "Colui che apre la strada" ed era anche assimilato all'altra divinità canide Khentamentyu ossia "Colui che è a capo della necropoli".
Come rappresentato il alcune tombe del Medio Regno della necropoli tebana , Anubi appare chinato sul defunto con lo scettro rituale wr-hk3w detto "Grande di magia" il cui scopo era quello di ridonare la vita.

In basso a sinistra dell'immagine si nota il feticcio rituale collegato al culto di Anubi
Ebbe anche un ruolo importante nel mito di Osiride del quale imbalsamò le spoglie, su ordine di Ra, facendone così la prima mummia e divenendo quindi il dio protettore dell'imbalsamazione.
Gli stessi imbalsamatori erano suoi sacerdoti e quello che presiedeva ai riti funebri indossava la maschera nera con le sembianze del dio, divenendo egli stesso la personificazione della divinità.
Partecipava inoltre alla psicostasia ove conduceva il defunto nella "Sala delle due verità" e ne pesava il cuore assieme al dio Thot che come scriba ne registrava la pesatura. Tale rito secondo la religione egiziana aveva la funzione di decidere se il defunto avesse diritto alla vita nell'Oltretomba, in base alla purezza della sua anima.
Successivamente fu associato, dai Greci, a Hermes Psychopompos ossia "Hermes che accompagna le anime" con il nome di Ermanubi che poche caratteristiche aveva del dio dinastico Anubi.
Nel Libro XI de Le metamorfosi di Apuleio si trova la testimonianza che il culto di Anubi durò, a Roma, almeno fino al II secolo d.C.

N. Brasini, A. Turci. A cura di A. Cocchi


 

Bibliografia

 

C. Le Blanc, A. Siliotti e prefazione di M. I. Bakr. Nefertari e la Valle delle Regine. Giunti, Firenze, 2002
A. Gabucci (a cura di), A. Fassone, E. Ferraris. Storia dell'architettura. Egitto.  Gruppo Editoriale l'Espresso. Bergamo, 2009
AA.VV. La Storia dell'Arte. Le prime civiltà. Electa editore. Milano, 2006
AA.VV. Egitto. Archeologia e storia. Vol. I Folio editrice 
G. Cricco, F.P. Di Teodoro Itinerari nell'arte. Vol. I. Zanichelli editore, Bologna 2003
E. Bernini, R. Rota Eikon. Guida alla storia dell'arte. Vol.I. Editori Laterza, Bari, 2005
M. D. Appia Egitto. L'avventura dei Faraoni fra storia e archeologia. Fabbri Editori, I fasc.
F. Negri Arnoldi Storia dell'arte vol I. Gruppo editoriale Fabbri, Milano 1985
P. Adorno, A. Mastrangelo Arte. Correnti e artisti. Vol. I. Casa editrice G. D'Anna, Firenze 1994
N. Frapiccini, N. Giustozzi. La geografia dell'arte. Vol.1 Hoepli editore, Milano 2004
S. Pernigotti Gli artisti nell'antico Egitto Dossier in: Archeo. Attualità del passato. anno XVII n.1 (191) gennaio 2001

   

 

Amon-Ra

 


Amon-Ra. Dipinto murale. Il dio è rappresentato con il disco solare sulla testa.

 

Amon, detto anche Ra fu adorato in diverse località dell’Egitto, egli regnava sulla terra Egizia fra gli uomini e gli Dei. Durante il suo regno conobbe parecchie vicende umane e quando invecchiò gli uomini gli si rivoltarono contro ed egli si difese utilizzando il suo occhio per punirli.

Egli veniva identificato anche come Dio Horus che rappresentava l'abitante dell'orizzontee all'alba se ne andava nel cielo a bordo della sua barca solare. Il dio aveva generato la terra, il cielo, da cui erano nati Osiride, Seth, Iside e Nephthys.

 

Il mito di Amon-Ra

 

Amon-Ra rappresenta per l'antico Egitto una delle divinità principali. Nel corso del tempo, Ra si fonde con il dio tebano Amon e prende il nome di Amon-Ra. Egli rimase per lungo tempo la divinità suprema, tranne per il regno di Akhenaton (1350 a.C. - 1334 a.C.), il faraone che impose l'adorazione dell'unico dio Aton.
Dopo il faraone Snofru i Faraoni assunsero il titolo di Figlio di Ra, titolo che entrò a far parte dei cinque nomi tradizionali del Faraone. Benché Ra e Atum fossero lo stesso dio, Atum era utilizzato in vari modi. Egli era primariamente il simbolo del sole che tramonta ed era anche un sostituto di Ra come creatore di Shu e Tefnut. In alcuni culti Atum era stato creato da Ptah. 
Atum era il capo dell'Enneade ed era rappresentato da Mnevis, il toro nero. Era associato al serpente, lucertola, scarabeo, mangusta e leone.
Ra percorreva ogni notte il mondo degli inferi su una nave reale, dove navigava lungo il Nilo celeste attraversando la Duat, superando Caos per emergere ancora una volta all'alba, trionfante, protetto dal mostro Apep da Seth e Mehen. Durante il viaggio era noto come Auf o Efu Ra.
È colui che ha creato l'uomo, fu il primo Faraone e stabilì i costumi degli Egizi.
I simboli di Ra sono il disco solare o il simbolo astronomico del sole: un cerchio con un punto nel centro.

 

La barca solare

 

La barca solare è un elemento simbolico della mitologia egizia, collegata al ciclo giornaliero del Sole, che, per gli antichi Egizi, è paragonabile al ciclo della vita e della morte.

Imbarcandosi per il viaggio verso un nuovo mondo, le loro anime vivranno per sempre con la benedizione di Ra, il dio del sole
Ogni mattina il sole sorge a Oriente, cresce allo zenit, viaggia verso ovest e poi scompare nel Duat, la terra dei morti. Secondo il mito egizio Il sole - dio Ra - viaggia attraverso il cielo durante il giorno ed attraverso il mondo dei morti di notte. 
Ra effettua questo viaggio a bordo di una barca, Mandyet (barca al mattino), che ovviamente non è un elemento secondario in un fiume come il Nilo che è il mezzo principale di comunicazione e fonte di cibo.

 

N. Morgatico,  R.Giugno , M.Giachin,  A. Gattamorta,  C.Fontana 


 

Bibliografia:


G. Cricco, F.P. Di Teodoro Itinerari nell'arte. Vol. I. Zanichelli editore, Bologna 2003

 

Hathor

 

 Hathor  è rappresentata in forme diverse, a volte assumeva il ruolo di signora dei santuari e dei templi o protettrice.

Originariamente Hathor era la dea del cielo ma a volte veniva raffigurata come una vacca dal pelo stellato. essa era anche dea della fecondità e il suo ambito del potere divino risulta grandioso, la sua fama infatti è giunta fino alle isole  che si trovavano nel cuore del mare Egeo.

 

Il mito di Hathor

La dea Hathor rappresenta una delle incarnazioni più complete del principio femminile per quanto riguarda il pàntheon egizio. 
Hathor non è solo la Signora del Cielo, la mucca alata che diede vita al creato. Viene spesso rappresentata al fianco di Osiride mentre accoglie i defunti nel mondo dell’Oltretomba. Era Dea dell’amore e delle passioni.
Le competenze divine di Hathor non si limitavano però a questo, è spesso identificata come patrona delle arti, della gioia e della musica.
Strettamente collegata al mondo del femminile, Hathor veniva invocata dalle vergini e dalle vedove per trovare l’amore. Era la Madre di tutte le donne, che nella sfera privata portavano avanti il suo culto domestico, protettrice della cosmesi femminile in quanto Dea della bellezza femminile e nume tutelare di tutte le femmine animali.
In epoche remote, si invocava l'intercessione di Hathor per creare abbondanza a livello personale (che poteva essere l'esito favorevole di una storia d'amore) nonché nell'ambito della comunità (un abbondante raccolto in grado di sfamare tutti).

N. Morgatico, R.Giugno, M.Giachin A.Gattamorta C.Fontana 


 

Bibliografia

G. Cricco, F.P. Di Teodoro Itinerari nell'arte. Vol. I. Zanichelli editore, Bologna 2003

 

Iside e Osiride

 Il mito

Iside, la dea della vita, della bellezza, della natura in rigoglio, aveva sposato suo fratello, un giovane dio, Osiride al quale erano cari i boschi, le messi e tutte le manifestazioni della natura. Osiride era un dio pastorale e a lui si rivolgevano gli agricoltori e i pastori perché i loro raccolti fossero abbondanti e le greggi si moltiplicassero. Così benigno e cordiale era questo dio che spesso andava tra gli uomini per infondere loro il suo stesso amore per la natura e insegnare l'arte per rendere fertili i campi e feconde le greggi. Né si limitò alla sola terra d'Egitto, ma andò tra gli altri popoli, e da tutti ricevette gratitudine e onore. Disgraziatamente aveva un fratello malvagio e invidioso, Set, il quale, durante una sua assenza non fece altro che pensare come avrebbe potuto occupare il suo posto per ricevere dagli uomini gli stessi onori. Quando Osiride tornò, Set si mise a insidiarlo con mille astuzie per riuscire nel suo intento.
Iside che conosceva il malanimo del cognato lo teneva d'occhio finché Set non riuscì a illudere la sua vigilanza. Fece costruire un magnifico cofano che aveva le dimensioni esatte del corpo di Osiride e, durante un banchetto, promise di regalarlo a chi sdraiandosi dentro lo avrebbe riempito perfettamente. Molti ci provarono ma il cofano era sempre o troppo grande o troppo stretto; infine anche Osiride fece la prova ma, quando già si rallegrava di aver vinto la gara, gli amici di Set chiusero a tradimento il cofano, lo portarono sulle sponde del Nilo e lo gettarono nelle acque del fiume in piena. Iside, che quella sera non era presente al banchetto, dopo aver atteso per qualche tempo Osiride comprese che lo sposo doveva essere rimasto vittima di un tradimento e si mise alla sua ricerca per tutto l'Egitto, ma invano. Alla fine arrivò sulle coste della Fenicia e lì ritrovo la salma che era stata trascinata dalle correnti marine. Iside dovette riportarsi a casa solo un cadavere cui diede sepoltura nelle paludi del delta del Nilo. Set non era tranquillo, andò dunque alla sepoltura e tagliò il corpo del fratello in quattordici pezzi che disseminò per tutto l'Egitto. Quando Iside lo seppe riprese le sue peregrinazioni finché non riuscì a rintracciare tutte le membra del marito, e una volta ricomposte, agitando le sue ali volse sulla salma un vento vitale ed ecco che il dio riprese a respirare e a muoversi.  Iside ebbe il potere di resuscitare lo sposo in grazia del grande amore che aveva dimostrato per lui e delle fatiche sostenute per ritrovarne il corpo. Tornato in vita Osiride denunciò Set al tribunale degli dei ma poiché neppure un immortale può continuare a vivere sulla terra quando ha conosciuto la morte, Osiride divenne il signore del mondo sotterraneo, dove abitano i defunti lasciando al suo ultimo figlio, il piccolo Oro, il compito di vendicarlo. Il piccolo Oro fu allevato segretamente nelle paludi del delta, dove la madre lo aveva fatto rifugiare temendo Set, e quando fu in età da poter affrontare la lotta si presentò per sfidare in battaglia il malvagio zio. La lotta fu feroce ma Oro fu vincitore e il saggio dio Toth ridiede la vista al suo occhio rimasto accecato nel combattimento. Poi lo condusse davanti al concilio degli dei che accolsero Oro con grande festa. Tuttavia, Set cercò di portare contro di lui false accuse. Così, ne seguì un processo che durò ottant'anni, finché Iside andò segretamente sull'isola in cui si teneva il processo e assunse le sembianze di una mortale.  Si presentò a Set dicendo: "Signore, io sono la moglie di un bovaro, mio marito è morto e il mio unico figlio sorveglia il bestiame di suo padre; Ultimamente è arrivato uno straniero, il quale si è impadronito delle nostre stalle e ha detto a mio figlio che lo batterà prendendosi il bestiame." Allora Set rispose: "Se è ancora in vita il figlio del padrone, mai si dovrà dare il bestiame allo straniero." A queste parole Iside si rivelò gridando: "Set, tu hai pronunciato la tua condanna!" e, infatti, tutti gli dei riconobbero che Set, così dicendo, aveva espresso la sentenza contro se stesso. Oro fu riconosciuto sovrano del mondo terreno così come il padre suo era sovrano del mondo sotterraneo e da allora i re egiziani si proclamarono successori di Oro.

 

Iside

 


Statua in scisto della dea Iside seduta, ex-voto di un alto dignitario della XXVI dinastia (530 a.C.)
ritrovata a Saqqara. Il Cairo, Museo Egizio.

 

Nella mitologia egiziaIside è la dea della fertilità e della maternità. Gli egizi la credevano figlia del dio Geb ("Terra") e della dea Nut ("Cielo"), sorella e sposa di Osiride, giudice dei morti, e madre di Horus, dio del Cielo. Antichi racconti attribuivano a Iside poteri magici e spesso veniva rappresentata con sembianze umane e corna bovine. La sua personalità era ritenuta simile a quella di Hathor, dea dell'amore e della felicità. 

 


Statua di Iside Età adrianea (117-138 d.C.) Marmo cm 179,5.
Museo Gregoriano, Città del Vaticano


Lo storico greco Erodoto identificò Iside con Demetra, la dea greca della Terra, dell'agricoltura e della fertilità. Nonostante fosse molto adorata in vari modi anche dai Romani, in seguito si procurò una cattiva fama a causa di alcuni rituali licenziosi, e ci furono consoli che cercarono di eliminare o limitare il culto di Iside: a Roma si estinse definitivamente dopo l’instaurazione del cristianesimo, mentre gli ultimi templi egizi di Iside furono chiusi dopo circa sei secoli.

 

Osiride

 


Osiride, Marmo Bianco,Museo Gregoriano Egizio, Roma, Città del Vaticano


Osiride
 era figlio di Geb e di Nut e fratello di IsideSeth e Nefti.

Presto Osiride succede al padre Geb e regna al fianco della sua sorella-sposa Iside, donando agli uomini la conoscenza dell'agricoltura e delle pratiche religiose. 
Egli viene sempre considerato come il re morto che diventa dio, mentre il suo successore è l'incarnazione di Horo, il figlio di Osiride. Osiride è in relazione con le acque del Nilo alle quali il suo corpo dona la forza fecondatrice.

 


Statuetta Egizia di Osiride, Museo Civico di Cherasco

 

Osiride, essendo il dio morto della natura, muore nel periodo dell'inondazione per rinascere a primavera, dopo aver soggiornato sottoterra come il grano seminato. Questo specifico aspetto era tenuto in gran conto dagli Egiziani che, in occasione della festa del dio, che aveva luogo prima della semina, riproducevano con il limo un modello del suo corpo e vi ponevano all'interno dei semi destinati a germogliare ricoprendo la statuetta di fitte foglioline. 
Inoltre, visto che il sole illumina il mondo dei vivi e la luna quello dei morti, Osiride fu identificato anche con la luna (Aah). 
La morte di Osiride e la sua resurrezione conoscevano una riproduzione rituale. La resurrezione in particolare era resa con la rappresentazione del ritorno del dio su di una barca sacra tra il gran giubilo della folla.

 

V. Paolucci, E. Bonoli 


 

Bibliografia e sitografia

Giorgio Cricco, Francesco Paolo di Teodoro. Iitinerari nell'arte, dalla preistoria all'arte romana, ed. Zanichelli

  

Nut e Geb

 


Nut e Geb. Papiro di Wespatrashouty. Museé du Louvre, Parigi.

 

Geb, dio della terra

Geb Nella mitologia egizia, Geb (da pronunciarsi con g dura: /'geb/) o Seb era il dio della terra, in contrasto con la maggior parte delle altre mitologie, per le quali è una personificazione.  Era il Dio della Terra, sposo e fratello di Nut; i terremoti erano provocati dai suoi movimenti, i minerali e i metalli rappresentavano i suoi doni, mentre i serpenti erano i suoi animali simbolo, che potevano essere incantati invocando il suo nome. Rientra tra le divinità dell’Enneade divina. Era giudice nell’oltretomba. Le raffigurazioni lo mostrano sempre in forma umana, sovente disteso e verde, a indicare l’inerzia e il colore della terra ricoperta di vegetazione.
Nut, la dea del cielo sua sposa, si leva sopra di lui formando un arco, e fa spazio a Shu, l’atmosfera. 
  

Nut, dea della volta celeste

 


Raffigurazione di Nut. Rilievo a Dendera

 

 

Nut è figlia di Shu, dio dell’aria, e Tefnut, dea dell’umidità. Era una delle divinità dell’Enneade. Era la Dea del cielo, sorella e sposa di Geb, madre di Osiride, Iside, Seth e Nefthi. Si narra che la dea Nut ingoiasse il sole al tramonto e lo partorisse al mattino. 
 

L'iconografia cosmica egizia

Per la rappresentazione del cosmo nell'antico Egitto si ricorreva alla figurazione del mitico, contrastato accoppiamento di Nut, dea del cielo, col fratello Geb, dio della terra. Nut, rappresentata curva su Geb steso a terra, è tenuta sollevata e distante da lui dal dio dell'aria. Spesso sul dorso arcuato di Nut compaiono le barche degli astri, e il suo corpo è cosparso o circondato da stelle. Questo dettagliato disegno si riscontra frequentemente anche su papiri del Nuovo Regno (550-1090 a.C.).


M.Giovannetti, E. Mazzoli 



Bibliografia 

Tosi, Mario, Dizionario enciclopedico delle Divinità dell'Antico Egitto, Torino 2004 
Arte e scienza per il disegno del mondo, Electa, Milano 1983

 

 

Ptah

 

Nella mitologia Egizia Ptah rappresentava un Dio creatore ed era il patrono degli artigiani.
Generalmente Ptah era raffigurato nei dipinti e nelle sculture avvolto in un sudario e con la barba lunga grigia e liscia tipica degli artigiani e dei fabbri in quel tempo.
Esso possiede due elementi particolari che lo contraddistinguono: lo scettro del potere, e una colonna. Egli veniva venerato perchè era stato scelto da Ra come signore della giustizia e dei Giubilei.

N. Morgatico  R.Giugno

 


 

Bibliografia

G. Cricco, F.P. Di Teodoro Itinerari nell'arte. Vol. I. Zanichelli editore, Bologna 2003

 

Seth

 

Seth era una delle divinità più antiche. Seth era il dio del deserto, della siccità, della bufera, della potenza devastante della natura in genere, del caos, della guerra e della violenza. Egli rappresentava le forze indomite della natura umana ed era il simbolo di ribellione contro gli dei.
Tuttavia Seth non era il male in senso assoluto. Egli era anche il dio delle oasi, delle terre di confine e degli stranieri. Veniva considerato l'equilibrio tra il positivo ed il negativo.
Egli veniva rappresentato con capelli rossi, colore che per gli egiziani rappresentava il caos e il male in genere, e portava una strana coda che sembrava una freccia. Seth aveva sembianze umane, ma con una testa di animale indefinibile. Pare comunque che si tratti di un'animale di deserto o di steppa, di una figura, cioè, destinata a essere l'antagonista di Osiride, che rappresentava invece la terra coltivata, l'organizzazione sociale, la civiltà. 
Seth continuò ad essere onorato come divinità, ma con la maggiore diffusione del culto di Horus, la cui posizione risultava più forte in quanto unico erede di Ra, si creò il concetto di una grande lite fra di loro. Il mito parla di un furioso combattimento durante il quale Seth riuscì a strappare un occhio a Horus. Thot,  dio della medicina, aveva guarito le ferite e pacificato i contendenti. In seguito il tribunale divino si pronunciò a favore di Horus, assegnandogli l'intero Regno e confinando Seth nel deserto, dove diventò il dio delle terre di confine e dei stranieri. 
Durante l'invasione degli Hyksos, pronti a proteggere e a potenziare i simboli delle forze che gli Egiziani consideravano negative, Seth riprese la sua antica importanza. Entro breve tempo il culto di Osiride raggiunse per sempre il predominio e Seth perdette inesorabilmente il suo prestigio, fino a quando intorno alla ventiseiesima dinastia egli diventò definitivamente la personificazione del male.

M.Giachin A.Gattamorta  C.Fontana 

 

 

Bibliografia

G. Cricco, F.P. Di Teodoro Itinerari nell'arte. Vol. I. Zanichelli editore, Bologna 2003

 

 

Tefnut e Shu

 

Tefnut era la dea dell'umidità, era maggiormente venerata a Eliopoli.
Nacque, come suo fratellino e sposo Shu, dallo sperma o mucosa di Atum, il creatore. Tefnut e Shu formano la prima coppia divina. La prima è il simbolo dell’umidità e Shu quello dell’aria; rappresentano con i loro due figli, Geb (la terra) e Nut (il cielo), i quattro elementi primordiali.
Tefnut, associata anche alla pioggia ed alle nuvole, simboleggia l’acqua ed il suo potere creatore. Era adorata anche ad Ossirinco e veniva raffigurata sotto forma di donna con testa di leonessa con un disco solare sulla testa.
Leontopoli, Shu e Tefnut erano venerati sotto forma di una coppia di leoni.

E. Caiconti 

 

Bibliografia

G. Cricco, F.P. Di Teodoro Itinerari nell'arte. Vol. I. Zanichelli editore, Bologna 2003

 

Toth

 


Thot. Rilievo inciso al Rassesseum. Tebe Ovest, Valle dei Re.

 

Thot, è il nome dato al dio egizio della luna, sapienza, scrittura, magia, misura del tempo, matematica e geometria.
Viene rappresentato sotto forma di uomo con la testa di ibis o a volte con le sembianze di babbuino. Era un mago molto temuto, a lui si associa la creazione del mondo ed era il segretario e il visir del dio Ra. Venne venerato magiiormente nella città di Hermopoli.

 


Statuetta raffigurante il dio Thot sotto forma di babbuino, Museo Louvre.


Era il patrono degli scribi, aveva un ruolo molto importante: doveva pesare il cuore del  defunto e se esso era un faraone doveva scrivere la sua vita sull'albero ised con la moglie Seshat, in altre leggende sua compagna fu la dea rana.

E. Caiconti

 

Bibliografia

G. Cricco, F.P. Di Teodoro Itinerari nell'arte. Vol. I. Zanichelli editore, Bologna 2003

 

 

 

Bes

 



Bes. Scultura egizia. 650-350 a.C. Berlino, Altes Museum

 

 

Bes, sebbene sia considerato una divinità minore dell'antico Egitto, è sempre esistito nell'antica religione egizia.
Fin dall'antichità venivano osannate statuette di nani che avevano il compito di scongiurare i pericoli
che potevano essere rappresentati coperti da pelli di leoni o ne portavano la coda e le orecchie.
Bes dagli egizi veniva rappresentato spesso vecchio,con gambe storte.

 


Statua romana del dio egizio Bes. primo secolo d.C.
proveniente da una villa romana sui Colli Albani
in comune di Colonna. Roma, Museo Barracco.


Questa piccola divinità spesso viene rappresentato con diverse armi nelle mani, in maniera tale da scacciare i pericoli in ogni situazione esso si trovi.
Tra le armi che teneva in mano come lunghi coltelli,egli teneva anche diversi strumenti musicali,dato che era l patrono delle festività e della danza, ma soprattutto delle donne, e quali venivano assistite anche durante il parto, in aniera tale che Bes riuscisse a vegliare i neonati fin da subito.
Nel Medio Regno Bes veniva visto come divinità protettrice del malocchio e dio della casa.
Nel mondo romano si ritrovano sue immagini collegate al culto di Iside.

N. Brasini, A. Turci 


 

Bibliografia

G. Cricco, F.P. Di Teodoro Itinerari nell'arte. Vol. I. Zanichelli editore, Bologna 2003

 

 

 

Video didattici

A. Cocchi. Introduzione all'arte egizia.

 

 

 

 


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Approfondimenti:Alessandra Cocchi, Egizi, civiltą, archeologia, cittą, tomba, pittura, architettura, scultura, divino, video, modulo interdisciplinare, .

Stile:Arte egizia.

 



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Trono segreto di Tutankhamon, metą del XIV sec. a. C. Il Cairo, Museo Egizio


Maschera funeraria di Tutankhamon, metą del XIV sec. a. C. Il Cairo, Museo Egizio


Stele di Qahedjet. Horus protegge il faraone Qahedjet. III dinastia. Granito. cm.50,5X31. Parigi, Louvre

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