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Scoperta della tomba di Chefren

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Le vicende della scoperta.

Per 4.500 anni gli uomini avevano creduto che la seconda delle tre grandi piramidi di Giza - la Piramide di Chefren -  fosse una costruzione priva di un’entrata e di una camera mortuaria, un edificio massiccio di pietra concepito per testimoniare la potenza di un faraone del passato. Erodoto aveva scritto che nel grande monumento non vi erano vani sotterranei, e la maggior parte degli storici e dei viaggiatori venuti dopo di lui non s’era curata di mettere in dubbio le sue affermazioni. Comportandosi come chi, non riuscendo a trovare la risposta a una domanda, nega che essa ne abbia una, tutti gli europei giunti alla vista dell’immenso mausoleo di Chefren avevano accolto senza esitazione la tesi elaborata dall’erudito di Alicarnasso.
[...]
Tutto ciò si scontrava col sospetto generato negli arabi dalla tradizione orale secondo cui la seconda piramide era stata un tempo aperta e poi richiusa. Il primo a registrare queste voci fu il colonnello Grobert in uno scritto del 1801. Non era troppo persuaso: alle sue orecchie, come a quelle di molti altri, era un mito da Mille e una notte.
Dei misteri e dei segreti delle piramidi si parlava molto nei quartieri alti del Cairo. L’enigma del monumento fatto innalzare da Chefren, il Troici lapidis mons come lo chiamò Sir Richard Francis Burton, stuzzicava la fantasia di scienziati e avventurieri per i quali costituiva una irresistibile sfida. Ci avevano provato anche Salt e Caviglia (che nei Viaggi è chiamato Cabillia), per sedici settimane impegnati a lottare con la sabbia ammassata sulla facciata nord. «Pochi mesi prima» riferisce Giovanni Battista Belzoni «alcuni franchi dimoranti in Egitto avevano formato il progetto di intraprendere nuovi scavamenti e d’aprire presso le corti una sottoscrizione di circa ventimila sterline per le spese di un nuovo tentativo di penetrare nella piramide, sia per mezzo delle mine che per altri modi. Erasi discusso lungamente sull’onore di dirigerne i lavori ed era stato stabilito che il signor Drovetti sarebbe stato alla testa dell’impresa». Il piano fallì prima di cominciare e il sospetto che Erodoto avesse ragione continuò a ronzare fragorosamente negli ambienti occidentali. Molti fra i protoarcheologi preferivano puntare su obiettivi considerati più facili, Tebe e le altre città del Nilo, ma per Giovanni l’incerto esito era soltanto un richiamo in più.
[...]
Durante una delle gite nelle fresche serate di inizio gennaio, mentre conduceva a Giza il maggiore Edward Moore (che più tardi sarebbe divenuto membro della Society of Antiquaries), Giovanni si fermò per la prima volta a ragionare concretamente sul mistero della seconda piramide. «Giunti assieme sulla sommità della prima [piramide] gli esposi le diverse opinioni che gli eruditi pronunciarono sulla seconda e gli espressi la mia meraviglia come dessa non fosse stata ancora aperta». Qualche giorno più tardi, mentre due europei che aveva accompagnato erano nel mausoleo di Cheope, il padovano fece il giro della seconda piramide, e poi si sedette all’ombra dei resti di un tempio a est del monumento. «Stetti considerando questo masso enorme il quale da tanti secoli fu causa di innumerevoli congetture di ogni genere, tanto più ancora in quanto che li sacerdoti egiziani avevano assicurato Erodoto, falsamente siccome vedrassi, che questa piramide non capiva alcuna camera».
«Ero tormentato da questa idea» sintetizza Belzoni che si mise senza altri indugi al lavoro. Cominciò a esaminare la parete meridionale, dove non emersero indizi significativi. Su quella settentrionale, invece, l’occhio esperto osservò «tre segni che m’incoraggiarono a fare una prova onde vedere se potessi scoprirne l’entrata». Il confronto con l’altra piramide, a cui si accedeva pure dal lato nord, lo convinse della fondatezza di quanto stava immaginando. Aveva notato che l’ammasso dei materiali caduti e accumulati da quella parte era più alto rispetto all’entrata della prima piramide, e che i detriti non erano così compatti come altrove. Il passaggio doveva essere lì, e Giovanni si sorprese della facilità con cui era riuscito a intuirne l’esistenza, meravigliandosi che «si potesse disperare di trovarlo prima che si fosse scavato il solo luogo nel quale potevasi supporre ragionevolmente un’entrata, se pure ve ne era una». Era stata una questione rapida. Si ricongiunse ai compagni, visitò la grande sfinge, e tornò al Cairo. Ma il giorno dopo era di nuovo immerso nello studio delle pietre di Chefren, «senza comunicare a nessuno le mie idee che avrebbero eccitato molta sensazione nei franchi del Cairo, cosa che avrebbe potuto cagionare alcuni ostacoli al mio progetto».
Il gigante padovano aveva capito che in certi frangenti non fidarsi è meglio. Per ottenere il firmano necessario, in assenza del pascià, si presentò di persona al vice del reggente che conosceva dai giorni di Shubra. Fu fortunato. Il kakiabey non fece alcuna obiezione, se non per invitare al rispetto dei terreni coltivati e a non danneggiare il lavoro degli agricoltori. Yanni d’Athanasi, che accompagnò Belzoni come interprete, completa il racconto. Il padovano – afferma – gli aveva chiesto di dire al turco che, in quanto intimo amico di Salt, desiderava scavare intorno alla piramide. Il greco fece di testa sua e abbassò il tiro. Spiegò che erano due agenti del console britannico che intendevano fare qualche piccolo rilievo intorno al monumento. Il permesso fu concesso, ma Giovanni non avrebbe certo preso a cuor leggero la definizione che il suo accompagnatore aveva dato di lui.
L’unico a conoscere le sue intenzioni era il signor Walmass, socio armeno (il suo nome era probabilmente Valmas) del banchiere Briggs, scelta legata all’esigenza di ottenere finanziamenti. Dopo aver annunciato ai conoscenti che intendeva visitare il monte Muqattam, Giovanni partì senza far rumore, con una piccola tenda e quel po’ di viveri che gli avrebbero permesso di non dover tornare di continuo al Cairo. In tasca aveva duecento sterline, risultato della vendita di alcune antichità al de Forbin. Era una somma relativamente modesta con cui, confessa il padovano, «bisognava terminare l’opera, o sospenderla e lasciare ad altri il lieve merito di ridurla a termine con poca spesa».
Il 2 febbraio 1818 mise quaranta uomini a lavorare nello stretto spazio fra la piramide e i resti del tempio sul lato orientale. Altrettanti fellah furono impiegati negli scavi sulla parete settentrionale. Gli operai erano pagati una piastra al giorno, mentre la metà della somma era riservata a un gruppo di «fanciulli d’ambo i sessi» destinati al trasporto della sabbia. L’intero meccanismo era di quando in quando oliato con piccoli doni e mance ai più operosi. Belzoni dirigeva il cantiere con consumata abilità. E quando l’entusiasmo gli pareva venir meno ricordava agli scavatori che, una volta trovato l’accesso, avrebbero potuto guadagnare bakshish in abbondanza dai turisti.
«Parecchi giorni furono consumati in quei lavori senza la menoma apparenza d’alcun ritrovamento». Sul lato nord i detriti risultarono essere così solidi e compatti che i picconi dei fellah facevano fatica persino a scalfirli: Giovanni immaginò che dovesse essere colpa della rugiada che nei mesi invernali aveva sciolto la calce posta in cima alla piramide facendola scivolare verso la base sino a creare un «assieme infrangibile». Dal fronte orientale emerse la parte inferiore di un grande tempio funerario posto all’imbocco della rampa processionale che conduceva alla sfinge. Belzoni conferma qui le sue doti innate di egittologo: «A me sembra che la sfinge, la piramide e il tempio siano stati innalzati tutti e tre in una volta giacché sembra essere sopra una stessa linea e della medesima antichità». Nonostante le inevitabili dispute del caso, è questa la teoria che gli studiosi più eminenti hanno in seguito riconosciuto.
La prima scoperta si ebbe dopo sedici giorni di lavoro, il 18 febbraio, quando un operaio osservò una fessura fra due pietre a circa otto metri e mezzo di altezza sulla facciata nord. I fellah s’infiammarono in fretta, eppure Giovanni si accorse presto che quello non poteva essere l’ingresso della piramide, anche se sperava potesse condurlo al vero accesso. In effetti si trattava di un cunicolo scavato dai ladri, uno stretto corridoio dall’andamento discendente che, oltre un pozzo verticale, risaliva e conduceva al camminamento principale. Gli operai impiegarono sei giorni per arrivare nel cuore della piramide, «in una cavità molto vasta su cui non riuscii a formare alcuna congettura». Ma il vero problema erano la fragilità della struttura e i continui crolli. Uno dei fellah fu quasi schiacciato da un masso enorme caduto dalla volta. Giovanni decise di chiudere il cantiere, anche se questo non voleva dire che l’impresa fosse da considerarsi conclusa.
Agli «arabi» fu concesso un giorno di riposo che il padovano impiegò per studiare la prima piramide. Continuava a essere certo che la chiave del mistero fosse nel confronto fra i due monumenti. Nel mausoleo di Cheope, notò, «l’entrata è lontana dal mezzo della facciata nella proporzione della distanza che v’è fra il centro della camera e la sua parete orientale». Ne conseguì che l’ingresso non potesse essere dove lo aveva cercato, ma «trenta piedi più a oriente», e più in alto sul lato settentrionale. La supposizione fu confermata dalla presenza di pietre e calce meno compatte che nel resto della parete. «Combinando le due circostanze, la qualità poco compatta del terreno, qualità che m’aveva servito di guida negli scavamenti che aveva fatti in Tebe, e poi la direzione del passaggio della prima piramide, tornai a por mano al lavoro con nuovo ardore».
Mentre i picconi riprendevano a sfidare la pietra che nel punto indicato era «tenera come nel primo scavamento», la notizia del tentativo di Belzoni si era diffusa al Cairo e il padovano cominciò a ricevere numerosi visitatori, curiosi di vedere come andavano le cose. L’abate de Forbin, cugino del conte, esplorò il corridoio dei ladri con gran disagio e si risollevò solo quando gli fu offerta una abbondante tazza di tè sotto la tenda alle pendici della piramide. Verso la fine del mese spuntò il cavaliere Frediani che ritornava dalla seconda cateratta. Giovanni lo salutò con piacere, pensava che l’italiano avrebbe potuto essere un testimone imparziale della sua opera.
A questo punto della vicenda, gli operai erano certi che il gigante padovano fosse matto, lo chiamavano magnoun (nei Viaggi è scritto magnoon) e lui li lasciava fare. Il 28 febbraio fu portato alla luce un primo masso inclinato secondo una pendenza analoga a quella del corridoio della prima piramide a un’altezza di oltre dodici metri sul fianco dell’edificio. Il giorno successivo furono osservate tre grosse pietre in posizione diversa dalle altre – due poste a sostegno della terza – ancora coerenti con l’inclinazione che ci si attendeva. Il clima era di generale eccitazione. Frediani rinviò la partenza per Il Cairo. Gli operai esultavano, il magnoun era diventato il loro eroe. Giovanni non credeva ai propri occhi. Quando il 2 marzo giunsero al «vero ingresso» esplose l’entusiasmo di tutti. Frediani era così felice che passò «la miglior notte» della sua vita sulla cima del monumento. In meno di un mese Belzoni era riuscito a fare quello su cui per secoli altri viaggiatori avevano soltanto fantasticato.

R. Castellani, A. Bianchi, G. Vigilante, A. Fattori (alunni del Liceo Monti, Cesena)


Bibliografia:


Marco Zatterin, Il gigante del Nilo, Storia e avventure del grande Belzoni, Il Mulino

 

Approfondimenti:R. Castellani, A. Bianchi, G. Vigilante, A. Fattori, piramide, Chefren, scoperta, archeologia, Liceo Monti, .

Stile:Arte egizia.

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