Ludovico Carracci


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Ludovico Carracci

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Ludovico Carracci

Vita e opere

Lo stile di Ludovico Carracci

Approfondimenti (vedi colonna a sinistra)

Bibliografia

 

A Bologna la pittura della Controriforma trova l’espressione più umana e intimamente legata al sentimento di devozione popolare nell’opera di Ludovico Carracci.
Come seconda città dello stato pontificio, soprattutto sotto l’amministrazione del cardinale Gabriele Paleotti, Bologna divenne un importante campo di attuazione delle riforme promosse dal Concilio di Trento, riunitosi per breve tempo proprio a Bologna. La città era anche un centro culturale sede di una grande università, di studi scientifici e numerose accademie musicali e letterarie.

In seguito alle decisioni di avviare una massiccia azione di propaganda politico-religiosa, fu proprio il cardinale Paleotti, durante la sessione bolognese del Concilio a stabilire le regole a cui dovevano attenersi le immagini religiose. Perciò, da quel momento ogni opera di tema religioso prima di essere esposta pubblicamente doveva essere sottoposta al giudizio della Chiesa. Queste regole controrifirmiste sull’arte, tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo portano come conseguenza ad una serie di limitazioni iconografiche ed espressive per gli artisti, i quali per attenersi alle norme si trovarono a ripetere immagini stereotipate e seriali.


La perfetta immagine controriformata doveva, innanzi tutto rispettare i canoni del “decoro”, dell’”onestà” e aderenza ai testi sacri, ma anche essere chiara, leggibile e di facile comprensione. Le sacre immagini dovevano essere rivolte soprattutto alla gente comune, al popolo, spesso analfabeta e la semplicità del messaggio era considerata fondamentale perché un’opera potesse diventare un veicolo di comunicazione efficace.
A differenza di altri stili pittorici, quindi, la pittura della Controriforma non nasce da esigenze estetiche, ma viene imposto per una scelta precisa della Chiesa cattolica. Si potrebbe dire che nelle regole di Paleotti venne definita intenzionalmente un’arte progettata a tavolino, quasi come una moderna campagna pubblicitaria, in cui sono stabiliti in partenza gli obiettivi, la destinazione, il pubblico, il messaggio e le caratteristiche principali. Un’altra conseguenza è che ne deriva una sorta di ‘stile preconfezionato’ destinato alla massa del popolo incolto che non deve ammirare l’opera per le sue qualità estetiche, ma semplicemente apprendere determinati insegnamenti.

Tutto ciò spiega da un lato un certo scadimento di qualità, dall'altro le frequenti deviazioni dalle regole e ‘ribellioni’ da parte degli artisti. Gli ecclesiastici, consapevoli di tutto questo, sapevano ben distinguere ciò che doveva essere destinato alle chiese o ai conventi da ciò che aveva una destinazione privata e personale. Poiché non c'è differenza tra il gusto degli esponenti della Chiesa e quello degli aristocratici in quanto si trattava spesso delle stesse persone, le collezioni d’arte dei cardinali e dei vescovi della fine del ‘500 e inizio’600 non rispecchiano la tipologia paleottiana. Tra. Gli esempi più noti si possono indicare Gli affreschi della Galleria Farnese, di proprietà del cardinale Farnese a Roma, o gli affreschi con le Storie di Ulisse che il cardinal Poggi commissiona a Pellegrino Tibaldi per il proprio palazzo a Bologna.


In questa situazione generale la figura di Ludovico Carracci è emblematica, perché la sua opera riesce a mantenere un’altissima qualità artistica mediante una sincera interpretazione della religiosità popolare emiliana. Ludovico elabora un linguaggio umile semplice e popolare, lontano dal tono distaccato e sofisticato del Manierismo, ma profondamente poetico.
Partendo dai maestri del Manierismo, riprendendo tecniche e accorgimenti pittorici, Ludovico si allontana da loro introducendo nelle sue opere il sentimento di una religiosità intima, piena di frammenti di vissuto e di quotidiano.
Ludovico Carracci è quindi l’interprete più sincero della cultura della Controriforma che si propone di sollecitare la devozione del popolo attraverso la sua opera. Le regole del cardinale Paleotti vengono da lui accettate e filtrate attraverso una una umanissima e profonda spiritualità.


Vita e opere


Nato a Bologna nel 1555 (m.1619), Ludovico Carracci decise di dedicarsi alla pittura e si formò presso Prospero Fontana. Il Fontana non apprezzava il lavoro del suo giovane allievo e anziché incoraggiarlo, cercò di dissuaderlo dal proposito di diventare pittore, dalle testimonianze dell'epoca si legge che il maestro manierista rimproverava Ludovico per la sua lentezza e per questo lo chiamava “il bue”.

Quando Ludovico lasciò lo studio del Fontana, trascorse un periodo viaggiando, soprattutto a Venezia, Mantova e Parma, per studiare le opere dei maestri dell’Italia settentrionale.  A Parma si soffermò ad analizzare gli effetti morbidi e carnosi del colore derivati dalla tradizione pittorica lombarda e il chiaroscuro deciso e naturalistico di Correggio. A Venezia ammirò i capolavori di Tiziano, cercando di carpire i segreti delle sue vedute illusionistiche. Questa esperienza segnò profondamente lo stile di Ludovico ed egli fu sempre consapevole dell’importanza di quegli apprendimenti, tanto che, una volta diventato maestro incoraggiò i suoi allievi a compiere lo stesso viaggio. Ciò avvenne,ad esempio con il giovane cugino Annibale e con Giovanpaolo Bonconti, uno dei primi studenti che, nel 1582 entrarono a far parte dell’Accademia dei Carracci e fu inviato a Parma da Ludovico nel 1583.
La carriera di Ludovico non è ancora stata ricostruita completamente, soprattutto perché nella sua fase giovanile mancano opere che portano una datazione sicura.

Per Ludovico Carracci il distacco dal Fontana e dal Manierismo toscano corrispose allo schiudersi della sua personalità artistica: da quel momento iniziò lo sviluppo e l’evoluzione di uno stile personalissimo.
I primi saggi di Ludovico sono rintracciabili nell’ambito dell’Accademia degli Incamminati ed in collaborazione con i cugini Annibale e Agostino. 
I principi della riforma carraccesca si articolano e si realizzarono negli Affreschi di Palazzo Fava a Bologna, realizzati nel 1583-84, prima grande impresa della famiglia di pittori bolognesi. Fu quella l'occasione che permise di mettere alla prova gli intenti dell’accademia dei Carracci e fu anche l’inizio di una serie di importanti commissioni per decorazioni monumentali che i tre condussero insieme a Bologna. Tutte le opere nate da quella stretta collaborazione furono fondamentali per il futuro sviluppo dei tre artisti, ma in maniera differente. Ad esempio, gli Affreschi in Palazzo Magnani vanno considerati come un punto di partenza per Annibale per elaborare il suo nuovo stile classicheggiante nel Ciclo di Palazzo Farnese a Roma. Per Ludovico invece l’opera di Palazzo Magnani trova una continuità di sviluppo con i successivi Affreschi nel chiostro di San Giovanni in Bosco a Bologna, che vedono Ludovico alla guida di un gruppo di artisti dell’accademia.
In questo momento Ludovico ebbe un ruolo fondamentale sia nella spinta al superamento del Manierismo, sia, soprattutto nel rinnovamento della pittura religiosa, secondo gli orientamenti definitive Concilio, che chiedevano all’arte sacra di appoggiare la Chiesa cattolica per svolgere un ruolo di moralizzazione e di stimolo devozionale.

Dopo gli esordi, negli anni ‘80, in collaborazione con i cugini Annibale e Agostino, l’autonomia di Ludovico si rivela in opere come lo Sposalizio di Santa Caterina e il San Vincenzo. In questi dipinti, saturi di riferimenti culturali, l’artista si lancia in una audace ricerca sperimentale, lasciandosi alle spalle i modi di Fontana e Passerotti, superando le suggestioni ricevute dallo studio di Correggio, Parmigianino e Barocci.
Successivamente passò dal candore dell’Annunciazione della Pinacoteca di Bologna, all'originalità della Pala Bargellini del 1588 e della Pala di Cento del 1591.
L’apertura al cambiamento e all’autosuperamento continuo nella produzione di Ludovico si coglie anche negli scarti di percorso, motivati da profonde riflessioni, come la Flagellazione di Douai, in cui si concentra sugli influssi veneziani, o la Trasfigurazione di Bologna, dove passa dall’impronta di Michelangelo all’influenza del Parmigianino.
Tra il 1605 e il 1606, realizza gli Affreschi di San Michele in Bosco e i due grandi quadri mariani della Pinacoteca di Parma, ritornando su i colori desunti dalla tradizione veneziana. Complessivamente, la grande tradizione pittorica italiana del Cinquecento, viene rievocata con una partecipazione mentale e sentimentale di grande ricchezza espressiva.
Mentre Annibale Roma fissava i caratteri della grande pittura di storia, che diventeranno un modello per tutta l’arte europea, Ludovico si concentrava con grande passione sullo studio della realtà fenomenica e delle infinite sfumature delle emozioni. Dopo il trasferimento dei cugini a Roma l’arte di Ludovico segue una strada tutta personale, fatta di continui cambiamenti e sperimentazioni, che difficilmente si trovano in un maestro che aveva già da tempo raggiunto la maturità.


Lo stile di Ludovico Carracci


Presa nel suo complesso, l’arte di Ludovico trova le sue radici nella tradizione del naturalismo dell’Italia settentrionale, in particolare per lo studio del colore e dei fenomeni della luce, che egli ha saputo interpretare in maniera tutta personale. Cercando di evitare soluzioni troppo banali o scadimenti di qualità, Ludovico sviluppò in un raffinato linguaggio pittorico uno stile franco e diretto, orientato ad un efficace coinvolgimento emozionale.
D’altro canto egli rifiutò decisamente la linea classica della ‘maniera statuina’ proveniente da Firenze e Roma, molto seguita anche a Bologna dai maestri della generazione del Vasari, perché questa si impostava su un linguaggio aulico e distaccato, rivolto ad un pubblico colto e ristretto, che dalle persone più semplici poteva essere ammirato, ma non compreso.
La volontà di avvicinarsi alla fede semplice e schietta dei comuni e umili popolani, portò Ludovico a concentrarsi su una difficile appassionata indagine sui sentimenti più veri, ponendo la sua arte in netta contrapposizione rispetto alle figure eroiche e ai difficili scorci di Pellegrino Tibaldi. La sincerità espressiva di Ludovico, il suo interesse a comunicare una realtà profonda, erano molto lontani dalle complesse costruzioni prospettiche e dalle citazioni anticheggianti del Tibaldi. La naturalezza dell’arte di Ludovico è una retorica contrapposizione alle imposizioni ricevute dal suo maestro e il suo concentrarsi sull’esperienza vissuta è sul sentimento devozionale è una scelta consapevole e intenzionale.
Diversamente anche rispetto al cugino Annibale, Ludovico si allontana dall’arte antica e dalla ricerca di un bellezza ideale. Le tecniche emozionali di Correggio erano invece molto importanti per lui, perché catturavano con più efficacia i semplici e spontanei sentimenti dello spettatore per ricondurli ad una più generale esperienza religiosa, convertendo le passioni umane nel puro amore di Dio.

 

Bibliografia 

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G. Cricco, F. Di Teodoro, Itinerario nell’arte, vol. 4, Zanichelli Bologna 2004
G. Dorfles, F. Larocci, A. Vettese. Storia dell'arte. Vol. 3. L'Ottocento. Istituto Italiano Atlas Edizioni. Orio del Serio 2008
La Nuova Enciclopedia dell'Arte Garzanti, 1986

 

Approfondimenti:Ludovico, Carracci, Alessandra Cocchi, .

Stile:Cinquecento, Seicento.

Per saperne di più sulla città di: Bologna

 



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