Pop Art



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Pop Art

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Pop Art deriva dalla contrazione della definizione inglese Popular art, dove popular non significa esattamente “popolare”, ma “di massa”. L’immaginario pop si fonda  sull’oggetto quotidiano, sul quale gli artisti costruiscono una specie di “mitologia del banale”, specchio dell’odierna società dei consumi. Così gli oggetti popular, prodotti in serie dall’industria ed esposti nei supermercati e quelli dei mass media (fumetti, pubblicità), elevati al rango di oggetti d’arte, divengono simboli per eccellenza della contemporaneità.
La Pop art si forma in Inghilterra dalla metà degli anni cinquanta, si sviluppa negli Stati uniti, e poi si diffonde, in Europa e in tutto il mondo, nella prima metà degli anni ’60.
I primi artisti che si rivolgono alla quotidianità del banale sono gli inglesi Richard Hamilton, Allen Jones, Joe Tilson, Eduardo Paolozzi, e altri. Nel 1956 presso la Whitechapel Art Gallery di Londra, alla mostra This si tomorrow, si esprimono i motivi di quell’”estetica dell’abbondanza” celebrata dalla società dei consumi. Si espone il collage di Hamilton  Ma cos’è che rende le case d’oggi così differenti, così  desiderabili?, icona e manifesto della Pop Art britannica.
L’ironia del titolo è riflessa nel quadro: compaiono tutti i prodotti “moderni” per rendere confortevole la casa, compresi una donna nuda in posa da pin-up e un culturista con una racchetta da tennis, la cui custodia porta la scritta “pop”. L’interno domestico diventa un provocatorio e divertito “modello di benessere”.

Il grande successo della Pop Art corrisponde all’esperienza statunitense, dove s’identifica con l’espressione del sogno americano e della società del benessere. Preceduta dall’Espressionismo Astratto e dal New Dada di Jasper Johns e Robert Rauschemberg (che confluiranno nell’esperienza Pop), la Pop Art americana  si afferma nei primi anni ’60 con una tecnica fredda e impersonale. All’ironia degli inglesi gli americani sostituiscono uno sguardo distaccato. Concentrati sull’ esistenza e ineluttabilità dell’oggetto, lo elevano da oggetto banale a “oggetto cult”, svuotano la cultura dei modelli “alti” per ottenere una tranquillizzante percezione “media” della realtà. Gli artisti sono famosissimi: Andy Warhol, Roy Lichtenstein, James Rosenquist, Tom Wesswlmann, Georges Segal, Claes Oldenburg, Jim Dine, per indicarne alcuni.  Ancora più note sono le opere, così facilmente assimilabili e riproducibili nella loro ricercata semplificazione.

Warhol riporta sulla tela immagini seriali di divi e personaggi-simbolo come Marilyn Monroe, Kennedy, Mao, o incidenti stradali. La qualità pittorica delle inchiostrazioni ottenute in serigrafia, prive di spessore materico, ma di straordinaria eleganza e asciuttezza svuotano i significati, annullano la drammaticità, ma provocano il disagio e l’inquietudine di fronte alla loro desolante neutralità.

La scultura di Oldenburg traspone in dimensione paradossale e grottesca la tradizione alimentare o igienica dell’industria di massa (coni gelato, bistecche, dentifrici) spesso in scala colossale, come nella pratica pubblicitaria. E’ una sorta di espressionismo del banale e dello squallido, senza forzature o obiettivi sociali, presa d’atto dell’aspetto più degenerativo della massificazione industriale.

I raffinati dipinti ad acrilico di Lichtenstein, con effetto “zoom”, ingrandiscono particolari di fumetti o immagini di largo consumo. I grossi contorni neri acquistano l’eleganza e la scioltezza di un arabesco. I colori, stesi con campiture puntinate, imitano la stampa a retino degli inchiostri tipografici. In un esercizio intellettuale di citazioni, l’artista gioca  ambiguamente tra fonti colte e popolari, affianca la tradizione del divisionismo a quella della stampa, l’immagine di un tempio greco, o un quadro di Picasso, al fumetto, il linearismo e le purezza cromatica di Gauguin e Matisse, alle immagini “popolari”.

Segal propone figure a grandezza naturale ottenute da calchi in gesso, colte in atteggiamenti e gesti comuni, ambientate nella vita quotidiana di città, bar, punti vendita, autostrade. La filosofia del “reportage” Pop assume in Segal una dimensione metafisica.

Rauschenberg unisce reperti eterogenei del quotidiano (letti, vestiti usati, ecc.) e un magma pittorico che funziona da legante, coprendo in parte i frammenti radunati. Ne deriva una sorta di diario di annotazioni personali, fatto di immagini simultanee, e uno slancio che mette in comunicazione l’artista con “tutto”, tuffandosi nel flusso del mondo apprezzato come un’immensa pittura. Dietro, si sente il pulsare di New York, l’urgenza caotica di una vita che si snoda ad un ritmo accelerato e confuso. Il vaglio dell’artista trasforma il caos in spettacolo di immagini e colori.

Johns affidandosi alla pura pittura, incorpora talvolta frammenti di realtà, in un amalgama di impasti governati sottilmente dal pennello. La bandiera americana, con le sue stelle e strisce, seduce nelle stesure pittoriche deliziosamente negligenti e “glissanti”, imperfette, debordanti, che attenuano la griglia geometrica con fluide vibrazioni. Lettere e numeri in casuale successione, quasi allusivi a un ritmo, affiorano come voci trasognate in un concerto di gamme cromatiche di musicale modulazione. Emergono dall’impasto pittorico gli strumenti stessi della pittura: pennelli, telai, barattoli di colori, oggetti privilegiati di una poetica auto-riflessiva.

Dine usa utensili come il martello o il coltello, sospesi, abbandonati, sullo sfondo del dipinto,  incorporati ad esso, o presenti come traccia. L’oggetto, isolato in una presentazione frontale e magnetica, sembra favorire un momento di riflessione.

A. Cocchi

 

 



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